Recensione del romanzo Il Quinto Figlio di Doris Lessing, Premio Nobel per la Letteratura nel 2007. Una narrazione che inizia in modo classico, per poi acquisire tinte sempre più inquietanti.

La storia che viene raccontata si trova a metà tra la tragicità dei problemi familiari e l’inquietudine del lettore nel non riuscire a coglierne la morale.

In questo articolo ti dirò cosa ne penso.

il-quinto-figlio-doris-lessing

Titolo: Il quinto figlio (The Fifth Child)

Autore: Doris Lessing

Traduttore: Mariagiulia Castagnone

Editore: Feltrinelli

Collana: Universale Economica

Genere: Narrativa contemporanea

Anno di Edizione: 2023 (prima pub. 1988)

Pagine: 176 pp., Brossura

ISBN: 2000000153384

Voto: 📕📕📕📕/5

Trama de Il quinto figlio di Doris Lessing

Anni Sessanta. Harriet e David sono due giovani innamorati che hanno solo un desiderio in mente: costruire una grande famiglia felice e condurre una vita ordinaria, circondati dai figli e dalla natura.

In poco tempo riescono a coronare il loro sogno, trovando una grande casa in mezzo al verde che possa ospitarli e mettendo al mondo un bambino dietro l’altro, sempre aiutati dai parenti. Giunti al quinto figlio, però, qualcosa si incrina, perché Ben non è come i suoi fratelli; sembra una creatura proveniente da un altro mondo, che trascina verso l’oscurità tutta la sua famiglia.

Parere personale

Devo ammetterlo: era da tempo che non mi capitava di farmi prendere così tanto da un libro. Il quinto figlio, infatti, attira fin dalle prime pagine, forse perché regala fin da subito quella vaga sensazione di inquietudine, la stessa che si ha guardando il dépliant di un luogo paradisiaco, dove tutti sono contenti e felici senza un perché.

Difatti, non è la storia in sé a trascinarti nella narrazione, perché l’inizio è proprio una descrizione ordinaria. Harriet e David, per quanto introversi e incapaci di farsi degli amici, sono comunque due giovani con aspirazioni ordinarie per il loro tempo, ma fin dal primo incontro si avverte il presagio di qualcosa di oscuro che non si riesce a spiegare.

Il loro approccio alla famiglia al giorno d’oggi verrebbe definito “pancino“, dal momento che vogliono fare figli a tutti i costi senza risorse e senza tener conto dei problemi di salute Harriet stessa va incontro. Il loro desiderio è alimentato anche da una famiglia molto presente che, benché li spinga a riflettere sulla loro condizione per fare scelte più oculate, è sempre pronta a dare una mano.

Non solo, la casa dei Lovatt diventa una meta di pellegrinaggio per tutti, che sfruttano le lunghe vacanze probabilmente per respirare un po’ di atmosfera idilliaca d’altri tempi.

L’incantesimo si rompe alla nascita di Ben, il quinto figlio per l’appunto, che non solo ha un aspetto bizzarro (ricorda quasi uno gnomo adulto), ma è prepotente e incapace di amare. Mentre Harriet fa di tutto per comprenderlo e farlo accettare dal resto della famiglia, David si tira indietro, respingendo quella che sembra una punizione per aver cercato di volare troppo vicini al sole.

Nella seconda parte del romanzo si assiste così alla disgregazione di una realtà considerata perfetta: i familiari si allontanano, la coppia va in crisi e i figli preferiscono vivere a casa di altre persone, piuttosto che nella propria.

Ciò che mi ha fatto apprezzare tanto la storia è che fino alla fine il lettore si chiede in continuazione se Ben sia realmente una creatura mostruosa, oppure è solo la proiezione di coloro che sono incapaci di accettare la sua diversità. Questo perché, benché il narratore sia esterno, il punto di vista è sempre quello dei Lovatt, che vedono il mondo con occhi un po’ ingenui e infantili.

Ben non è il classico bel bambino che si vede sulle confezioni delle merendine, non è simpatico, è scontroso, rozzo e tozzo; non c’è spazio per lui nel mondo incantato dei Lovatt, dove tutti si vogliono bene, i bambini corrono felici nel prato e sono tanto belli che tutti li elogiano.

In sostanza, Il quinto figlio sembra che voglia trattare la disabilità nella maniera più grezza e cinica possibile, mettendo su piazza le paure, le incertezze e le difficoltà di accettazione all’interno di un equilibrio familiare. Harriet, come tanti genitori, sacrifica tutto per questo bambino incompreso, trovandosi anche sola contro tutti pur di proteggerlo.

Molti hanno comunque criticato questa visione da parte dell’autrice, che sembra quasi paragonare la disabilità a qualcosa di mostruoso. Bisogna anche tener conto, però, che il romanzo è uscito per la prima volta alla fine degli anni Ottanta, quando ancora non c’era la sensibilità che abbiamo oggi, la mentalità inclusiva e persino il riconoscimento di tutta una serie di disturbi dell’apprendimento.

Concludo dicendo che non ho dato il massimo della valutazione, perché il finale mi è sembrato troncato, senza un vero epilogo. Non è nemmeno chiaro quale sia il messaggio che l’autrice voglia comunicare al lettore: Ben è la punizione per aver preteso di raggiungere un ideale ad ogni costo, anche sfruttando l’aiuto degli altri? La famiglia perfetta non esiste? Le migliori famiglie si amano finché non saltano fuori problemi?

Chi può dirlo…

Leggi anche:

Piacere di conoscerti! 👋

Iscriviti per ricevere ogni mese aggiornamenti sui nostri contenuti!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.


3 risposte a “Il Quinto Figlio – Doris Lessing”

  1. Avatar Manuela
    Manuela

    Lo sto leggendo ora e sono quasi alla fine.
    Ho cercato delle recensioni perché mi ha lasciata molto perplessa la modalità di presentazione della diversità e della disabilità. Oltre a Ben che per l’appunto non si capisce bene se abbia una disabilità vera e propria anche la cuginetta per la quale la diagnosi è Sindrome di Down vengono usate parole che cercavo di capire se riflettevano un modo di sentire dell’epoca in cui è ambientato o di quando è stato scritto.
    Mi ha colpita, essendo madre di un ragazzo con Sindrome di Down ora 25enne, quando viene chiamata “l’infelice”.
    Che poi probabilmente sono infelici i genitori, non la bambina.
    Qui in Italia mi pare che la disabilità venga vissuta in maniera diversa da più tempo che non in Inghilterra.
    Mi sembra ambientato più a fine ‘800 che non tra gli anni ’60-80

    1. Avatar Julia Volta

      Ciao Manuela, grazie per la tua testimonianza. A mio parere Ben volutamente non ha nessuna diagnosi, perché l’autrice voleva rappresentare la disabilità per come veniva vista e vissuta negli anni Ottanta, ovvero uno stigma sociale, una sorta di onta sulla famiglia, come una vergogna che molti nascondevano o sminuivano. Sicuramente non per tutti era così, ma è innegabile che le politiche di inclusione si siano sviluppate e diffuse soprattutto negli ultimi 10-15 anni, riconoscendo il valore e le capacità del singolo. Se ti piace il genere, ti consiglio i libri di Torey Hayden, una pedagogista che ha dedicato la sua vita ai “bambini speciali” e descrive molto bene com’era lavorare a quei tempi, come insegnare in classi separate (o meglio, ghettizzate) e atteggiamenti discutibili dei colleghi.

  2. Avatar Manuela
    Manuela

    Vorrei anche aggiungere un’altra cosa.
    Possibile che non ci fossero dei medici più specializzati e che l’unica soluzione negli anni ’60-70 fosse ancora l’istituzionalizzazione?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *