Tonno in scatola mercurio: quali sono i rischi?

Caso studio: il mercurio nel tonno in scatola

Ho scelto di riprendere questo articolo anche come caso studio perché rappresenta bene una delle difficoltà della comunicazione sanitaria: due fonti possono analizzare lo stesso problema e arrivare a titoli apparentemente opposti senza che necessariamente una delle due stia mentendo.

Nel caso del mercurio nel tonno, una fonte può affermare che i campioni rispettano i limiti previsti dalla normativa europea, mentre un’altra può descrivere gli stessi livelli come preoccupanti utilizzando un parametro di confronto più restrittivo.

Per capire chi abbia ragione non basta quindi fermarsi alla conclusione. Bisogna ricostruire quale campione è stato analizzato, quale sostanza è stata misurata, quale valore viene utilizzato come riferimento e che cosa quel valore rappresenta realmente.

È esattamente il lavoro che ho cercato di fare in questo articolo: non scegliere prima una tesi da dimostrare, ma risalire alle fonti, confrontare i dati e capire perché raccontassero storie apparentemente differenti.

Uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni nel settore alimentare è il mercurio nel tonno in scatola, che si aggiunge chiaramente al problema ecologico della sua pesca intensiva, per soddisfare il fabbisogno di tutto il mondo.

Poiché il tonno è consumato anche in Italia e fa parte della nostra tradizione culinaria (si pensi, per esempio, alla pesca centenaria presente nelle regioni del Sud), l’argomento ha suscitato non pochi allarmismi, dibattiti e dubbi.

Inoltre, le indagini pubblicate negli ultimi anni talvolta sembrano restituire risultati contradditori, così ho deciso di indagare personalmente sull’argomento, per fare chiarezza e capire se sia davvero il caso di preoccuparsi.

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Immagine Canva – ooddysmile da Getty Images

I pericoli del mercurio per l’essere umano

Prima di comprendere i risultati delle indagini, è necessario partire dalle premesse, ovvero perché il mercurio risulta tanto pericoloso per il nostro organismo.

Si tratta di un metallo pesante che può presentarsi in diverse forme, tra cui: elementare, presente nei termometri o nelle otturazioni dentali (amalgama), inorganico, presente in alcuni cosmetici o prodotti industriali, e quello più pericoloso, ovvero l’organico (metilmercurio), che si accumula nella catena alimentare, soprattutto nei pesci più grandi come tonno, per l’appunto, e il pesce spada.

La sua pericolosità è data innanzitutto da come agisce all’interno del nostro organismo, andando ad intaccare più distretti con conseguenze anche gravi:

  • Provoca danni al sistema nervoso – Il metilmercurio attraversa la barriera emato-encefalica e danneggia i neuroni, causando tremori, perdita di memoria e, nei casi gravi, paralisi o morte.
  • Tossicità renale – Il mercurio inorganico si accumula nei reni, distruggendo i tubuli renali.
  • Danni allo sviluppo fetale – Il metilmercurio attraversa la placenta e può causare malformazioni, ritardi mentali e disturbi motori nel bambino.
  • Stress ossidativo – Legandosi ai gruppi -SH delle proteine, distrugge enzimi e strutture cellulari.

Non solo, un altro problema del mercurio è che la sua eliminazione dal nostro corpo è molto lenta. Si parla di un’emivita nel sangue di circa 60 giorni, ma nel cervello può durare persino degli anni! Inoltre, siccome viene eliminato nelle urine e nelle feci, viene facilmente riassorbito dalla parete intestinale, creando un pericoloso circolo vizioso.

Quali sono le dosi di sicurezza stabilite dall’OMS?

Dal momento che è quasi impossibile non entrare in contatto con il mercurio, sia per l’ingestione di prodotti ittici contaminati sia per le vecchie otturazioni dentali in amalgama, le autorità sanitarie hanno stabilito rigidi limiti di sicurezza.

Per il mercurio inorganico (che si può trovare in cosmetici illegali e danneggia i reni), la dose letale acuta per ingestione nell’adulto è stimata tra 100 e 500 mg. Tuttavia, nei prodotti alimentari il vero protagonista è il metilmercurio (la forma presente nel tonno), una neurotossina che può causare danni cerebrali già a bassi dosaggi.

A tal proposito, l’EFSA ha fissato una Dose Settimanale Tollerabile (TWI) pari a 1,3 microgrammi (\(\mu\text{g}\)) per chilogrammo di peso corporeo. Valore che l’autorità europea ha nuovamente confermato come valido nel giugno del 2026.

Cosa significa in concreto? Per un adulto che pesa 75 kg, la dose massima di sicurezza è di appena 97,5 microgrammi a settimana (equivalenti a meno di 0,1 milligrammi complessivi). Tenere a mente questo numero ci aiuterà a capire se i dati delle indagini che vedremo sul tonno in scatola superano o meno le soglie di allarme.

Tonno in scatola mercurio: il nuovo Regolamento europeo

Se da una parte conosciamo la dose limite di mercurio per l’essere umano, dall’altra dobbiamo anche tener conto del Regolamento europeo 617/2022 (oggi integrato nel Reg. UE 2023/915) che stabilisce i tenori massimi del metallo nel tonno.

Il nuovo Regolamento ha confermato il tenore massimo di mercurio per il tonno a 1 mg/kg. Sebbene l’Europa abbia abbassato i limiti per i pesci più piccoli a 0,3 mg/kg per ridurre l’esposizione globale dei consumatori, la soglia per i grandi predatori come il tonno resta tre volte più alta.

Molte associazioni ambientaliste criticano questa scelta, sostenendo che tale limite sia guidato da ragioni commerciali — per non bloccare il mercato ittico — piuttosto che da una reale tutela della salute pubblica.

Sinceramente è un dubbio che condivido, in quanto penso che queste soglie stridano con gli obiettivi che la stessa Europa intende perseguire, ovvero la riduzione dell’esposizione alimentare del mercurio negli alimenti. È come voler ridurre il rischio di cancro ai polmoni, accettando comunque il fatto che si possa fumare un determinato numero di sigarette al giorno.

Le indagini di Altroconsumo sul tonno in scatola mercurio

Una delle realtà che si sono mosse in prima linea per fare chiarezza sulla questione è proprio Altroconsumo, che da anni conduce indagini di laboratorio su prodotti alimentari per stabilire quale sia il migliore in termini di qualità e prezzo.

Anche il tonno in scatola è stato sottoposto al vaglio, principalmente per stabilire se fosse meglio quello conservato nella latta oppure nei vasetti di vetro.

Secondo quanto riportano loro stessi sul sito, l’indagine di laboratorio è utile e indispensabile per “attestare i parametri di qualità e sicurezza di una delle conserve alimentari più presenti nelle case degli italiani“. Tra questi è inclusa proprio la contaminazione da metalli, tra cui il metilmercurio.

Attenzione: esistono diverse specie di tonno, ma quelle presenti nelle conserve dei supermercati e scaffali italiani sono il pinne gialle e il tonnetto striato, le specie sottoposte ad esame.

Alla fine, l’indagine si è concentrata prevalentemente sulla sostenibilità del marchio, sul sapore, sul prezzo e sulla qualità della carne, aspetti comunque importanti, ma con una conclusione fumosa per quanto riguarda il livello di mercurio presente in ciascuno di essi.

Sul sito, infatti, si legge che è molto probabile trovare tracce del metallo negli alimenti, ma… “La buona notizia è che nei test che conduciamo sul tonno facciamo eseguire sempre questo tipo di analisi e i risultati sono positivi nel senso che i quantitativi rilevati sono sempre ampiamente al di sotto del limite tollerato dalla normativa vigente.

Le indagini di Bloom sul tonno in scatola mercurio

Mentre Altroconsumo rassicura sulla qualità del prodotto in Italia, dall’altra parte l’ONG Bloom conduce un’indagine indipendente, analizzando circa 150 scatolette di marchi diversi, provenienti da Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Italia.

I risultati che ottengono sono allarmanti e senza precedenti: tutto il tonno in commercio è contaminato, ma la cosa ancora più sconvolgente è che il 57% ha soglie al di sopra del limite di sicurezza imposto dall’Unione Europea.

Significa che Altroconsumo ha mentito? No, perché sono stati presi in esame due parametri di base diversi. Bloom, infatti, fa notare il controsenso del limite di sicurezza del mercurio dettato per il tonno (1 mg/kg, come abbiamo visto in precedenza), a differenza di quello più restrittivo per gli altri pesci di 0.3 mg/kg.

Da le domande: perché per una specie, che guarda caso è la più consumata in ambito europeo, la soglia è 3 volte più alta rispetto alle altre? Il metilmercurio fa più male in un pesce, invece che in un altro?

Secondo Bloom non c’è alcuna giustificazione sanitaria per “una soglia ‘accettabile’ di mercurio tre volte superiore per il tonno rispetto ad altre specie ittiche come il merluzzo.

E ancora denunciano: “Le soglie, stabilite dalle autorità pubbliche in collusione con la lobby del tonno, stanno portando a una contaminazione diffusa della popolazione, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute.

Non solo, sempre secondo Bloom, le indagini sulle contaminazioni risultano rare e inefficaci, rendendo il prodotto ancora più rischioso per la salute; per esempio, è stato scoperto che in Francia i controlli sul tonno in scatola non vengono proprio effettuati.

Com’è il tonno in scatola in Italia secondo Bloom?

I risultati delle indagini possono essere scaricati in PDF a questo link: Tuna analyses Bloom.

Nel nostro Paese sono stati analizzati 28 prodotti di tonno in scatola, con risultati poco incoraggianti: solo 11 di questi hanno registrato la presenza di mercurio al di sotto della soglia di 0.3 mg/kg. I migliori in assoluto sono il tonno Callipo e il tonno al naturale Nostromo, entrambi con appena 0.09 mg/kg.

Nei casi peggiori si sono registrati valori ben al di sopra della soglia europea di 1 mg/kg, che mi lasciano perplessa sulle indagini di Altroconsumo, con un picco di 1.49 mg/kg in un filetto all’olio di oliva. Fra l’altro, proprio quest’ultima marca in questione è considerata dai più una delle migliori in commercio.

Detto ciò, possiamo ricevere un’amara consolazione se pensiamo che non siamo nemmeno i peggiori in ambito europeo. Il record del peggior tonno analizzato è detenuto dalla Francia, dove si registrano ben 3.85 mg/kg in un solo marchio!

Bisogna anche precisare che in Italia esistono numerosi altri brand che non sono rientrati nell’indagine di Bloom, su cui non possiamo trarre conclusioni. Ecco perché sarebbe corretta una maggiore trasparenza di informazioni da parte delle aziende, come per gli ingredienti indicati in etichetta e il luogo di pesca.

Le conseguenze dell’indagine Blomm sul tonno in scatola mercurio

L’indagine di Bloom sul tonno in scatola mercurio risale ad ottobre 2024 e, con dati alla mano, ha dato luce ad una protesta nei confronti dei 10 più grandi rivenditori europei, oltre alla stessa UE che ha stabilito la soglia di sicurezza.

Le richieste erano le seguenti (cito testualmente):

  • Controlli rigorosi e divieto immediato di prodotti a base di tonno con livelli di mercurio superiori a 0,3 mg/kg, invece dell’attuale standard di 1 mg/kg;
  • Sospensione di ogni pubblicità e promozione dei prodotti a base di tonno;
  • Etichettatura chiara sui prodotti a base di tonno, sia nei negozi che online, per informare i consumatori sui rischi per la salute associati alla contaminazione da mercurio.

Ovviamente con la diffusione dei risultati è nato un vero e proprio scandalo: un’industria che fattura circa 40 miliardi all’anno sarebbe disposta a proteggere il profitto in cambio della salute dei consumatori? Beh, qualsiasi azienda al mondo tutela i propri interessi. Non credo che esista una realtà ben disposta a fallire per questioni etiche, soprattutto quando si fatturano così tanti soldi.

Le risposte non sono comunque tardate ad arrivare. L’Associazione nazionale conservieri ittici e delle tonnare (ANCIT) ha dichiarato: “Qualità, sicurezza alimentare e salubrità del tonno in scatola sono un’assoluta priorità per l’industria italiana delle conserve ittiche. Ripristiniamo la realtà dei fatti: non c’è nessun rischio di non conformità da mercurio nel tonno in scatola commercializzato sul mercato italiano. Il tonno in scatola sul mercato italiano rispetta la legislazione dell’Unione Europea in materia di sicurezza alimentare e per la possibile presenza del mercurio risponde ai requisiti di legge imposti dall’Unione Europea.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha aggiunto: “Un consumo di pesce nel range di 2-4 porzioni settimanali fornisce benefici netti per la salute“.

Insomma, l’argomento tonno in scatola mercurio è ancora fonte di accesi dibattiti.

Cosa ci insegna questo caso sulla comunicazione sanitaria?

Il caso del mercurio nel tonno mostra quanto sia facile modificare la percezione di una notizia sanitaria senza necessariamente modificare i numeri.

Dire che un campione è “conforme alla normativa europea” e dire che lo stesso campione “supera 0,3 mg/kg” possono essere entrambe affermazioni numericamente corrette. Ciò che cambia è il parametro scelto per interpretare quel dato.

Per questo, quando scrivo un contenuto sanitario, cerco di non fermarmi mai al comunicato stampa o al titolo più condiviso. Risalgo alla fonte, controllo il metodo utilizzato, distinguo i limiti normativi dalle soglie tossicologiche e confronto, quando esistono, le interpretazioni delle diverse parti coinvolte.

Lo stesso vale per gli interessi economici. Sarebbe ingenuo pensare che industria, associazioni di categoria, organizzazioni ambientaliste o altri soggetti coinvolti non abbiano interessi propri. Riconoscere l’esistenza di un interesse, però, non dimostra automaticamente che un dato sia falso o vero. Per questo è ancora più importante tornare ai numeri e al metodo con cui sono stati ottenuti.

Comunicare salute non significa eliminare l’incertezza per offrire al lettore una risposta rassicurante o allarmante a tutti i costi. Significa renderla comprensibile senza nasconderla.


Veronica Belsito | SEO Copywriter Sanitario & Specialist

Ex infermiera laureata, ho scelto di fondere la mia formazione clinica con le più efficaci strategie di SEO Copywriting e divulgazione scientifica. Dopo una pluriennale esperienza nella redazione di contenuti per molteplici settori, oggi aiuto colleghi e professionisti della salute a superare le reticenze verso il digitale e a comunicare con i pazienti in modo etico, chiaro e scientificamente autorevole.
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